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Classi energetiche alte: il mercato non è ancora in grado di “premiarle”

Classi energetiche alte: il mercato non è ancora in grado di “premiarle”

18 marzo 2013

In base ad un indagine realizzata da Enea in collaborazione con I- Com e Assoimmobiliare, per valutare la differenza del prezzo che può avere un immobile sul mercato in base all’efficienza energetica, è emerso che, investire nella riqualificazione energetica degli edifici, conviene, ma il mercato ancora non ne è consapevole.

In vent’anni, un immobile in classe energetica G (la meno efficiente e la più bassa), consuma circa un quarto del suo valore di mercato. Invece in un immobile in classe energetica F i costi della bolletta erodono il 13,6% del suo valore e un decimo di un immobile in classe E.

Un edificio al top con certificato energetico A+ richiede appena 15 Euro al metro quadro per riscaldarlo per vent’anni e produrre acqua calda sanitaria.

Costi e stime molto veritieri, sei si prende in considerazione una palazzina alimentata a gas metano e, se si calcolano i suoi consumi medi durante l’inverno.

Facciamo un esempio: nella periferia di Bari, facendo un intervento di riqualificazione, portando un immobile da classe G a classe C si riduce del 15,1% il peso della bolletta sul suo valore commerciale, significa che grazie all’intervento il proprietario potrà risparmiare c.a. 215 Euro a metro quadro nell’arco di vent’anni (che diventano 21.550 per un appartamento di 100mq) cioè circa un ottavo di quanto costa l’immobile che in quella zona ha una valutazione di 1.424 euro al mq, secondo i dati dell’Osservatorio sul mercato immobiliare dell’agenzia del territorio.

In poche parole, se alcune variabili per la determinazione del prezzo restano costanti, l’intervento di riqualificazione potrebbe corrispondere ad un incremento del valore dell’immobile.

Se utilizziamo i dati medi di mercato in quattro città italiane, per capire quanto potrebbe valere la riqualificazione energetica di un immobile da classe G a classe C, notiamo che in centro storico a Roma il risparmio ottenuto, diluito in 20 anni, vale poco più del 3% del valore di mercato dell’immobile; nella periferia della capitale può arrivare anche a valere il 7% del prezzo di mercato.

Questi, ovviamente, sono esempi teorici in quanto ogni intervento di riqualificazione, per risparmiare nella bolletta, deve essere valutato in base alla zona climatica dove si trova l’immobile e ad altre innumerevoli variabili che possono cambiare nel tempo.

Eppure, fissare dei parametri standard e osservare l’andamento dei consumi, in relazione al valore di mercato, aiuta a comprendere l’importanza che in futuro può avere l’efficienza energetica.

Nel mercato attuale, è difficile pensare che un cliente spenda il 7% in più per un immobile efficiente se, la convenienza rispetto ad un immobile di classe inferiore, diventa reale solo dopo vent’anni.

Se si confronta con altri fattori che concorrono alla determinazione del valore di un immobile come: il panorama, la luminosità, le finiture, ecc…, la classe energetica non è ancora in grado di impattare sul mercato alla stessa maniera.

A parità di zona, vicinanza ai servizi, contesto sociale, variabili intrinseche (come la presenza dell’ascensore ed esposizione), che da sempre hanno un peso rilevante nella determinazione del prezzo finale di vendita dell’immobile: buone finiture pesano c.a. Il 12%, la vista “mozzafiato” fino al 20%, l’esposizione anche il 10%, ecc…

Confrontando l’incidenza del risparmio energetico con questi indicatori, appare chiaramente come esso non abbia ancora la stessa incidenza e come sia più difficile ripagare nel tempo.

Al momento la qualità energetica fa la differenza solo per classi energetiche elevate, oppure in caso di ristrutturazioni di edifici degradati o in zone periferiche.

Capiamo quindi che il mercato residenziale non ha ancora recepito l’importanza delle caratteristiche energetiche degli edifici e tanto meno se valorizzarle.

Su immobiliare.it solo il 53% degli annunci di vendita pubblicati, riporta gli obbligatori indici di prestazione.

L’indagine Enea, infine, fa notare che <<l’attuale sistema, basato su una etichettatura che richiama quella adottata per gli elettrodomestici, non è in grado di fornire ad un compratore medio informazioni sufficienti a valutare l’effettivo impatto economico delle prestazioni energetiche nel lungo termine>>.

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